Scrivere le paure prima dell’esame aiuta davvero?

Écrire ses angoisses avant l'examen aide-t-il vraiment
Apprendimento e cognizione

Sofiane, quattordici anni, è seduto davanti al suo foglio capovolto. La verifica di biologia comincia tra dieci minuti, e la sua mente gira a vuoto: e se mi blocco, e se si cancella tutto, e se consegno un foglio bianco. Eppure ha ripassato tutto. Stringe la penna, rilegge un’ultima volta i suoi appunti nella testa, e la paura cresce a ogni secondo. Il suo professore dice semplicemente di calmarsi e di pensare ad altro. Un esperimento famoso ha messo alla prova l’idea contraria: scrivere esattamente ciò che lo preoccupa, nero su bianco, subito prima di cominciare.

Perché scacciare le paure sembra il metodo giusto

Di fronte all’ansia, il consiglio più comune è di non pensarci. Ci si dice che parlare delle proprie paure le alimenta, che è meglio rileggere gli appunti o respirare a fondo, e che il tempo che resta prima della prova è troppo prezioso per sprecarlo a scrivere preoccupazioni. Il ragionamento ha una sua logica: un pensiero lasciato in pace si spegne da solo. Ma presuppone che la paura resti fuori dal lavoro, mentre si installa nella testa di chi deve risolvere un problema.

Che cosa hanno fatto Ramirez e Beilock in laboratorio

Nel 2011 Gerardo Ramirez e Sian Beilock hanno pubblicato su Science quattro esperimenti. Nel primo, venti studenti svolgevano due brevi test di aritmetica modulare, una nozione che conoscevano poco. Prima del secondo venivano messi sotto pressione: una ricompensa legata ai risultati di un partner, una telecamera, degli osservatori. Poi metà restava seduta in silenzio per dieci minuti, l’altra metà scriveva i propri pensieri e sentimenti sulla prova imminente. I primi perdevano circa il dodici per cento di precisione, i secondi ne guadagnavano circa il cinque.

Che cosa è successo in vere classi

Gli autori hanno riprodotto questo risultato con quarantasette studenti, aggiungendo un gruppo che scriveva su un evento neutro: calava come i controlli. Poi hanno seguito cinquantuno e poi cinquantacinque studenti del primo anno di scuola superiore (ninth grade negli Stati Uniti), nella stessa scuola, per due anni consecutivi, prima del loro primo esame di biologia. L’ansia era stata misurata sei settimane prima. Poco prima della prova, gli studenti, assegnati a caso, scrivevano per dieci minuti sulle proprie preoccupazioni oppure su un argomento assente dall’esame. Tra questi ultimi, più l’ansia era alta, più il voto scendeva. Tra chi aveva scritto le proprie preoccupazioni, quel legame quasi spariva: i più ansiosi ottenevano circa il sei per cento in più dei loro simili del gruppo di controllo, grosso modo da un B- a un B+, al livello dei meno ansiosi. In questi ultimi, nessuna differenza.

Perché scrivere potrebbe aiutare

La spiegazione proposta è che le preoccupazioni occupano la memoria di lavoro, lo spazio limitato in cui gestiamo ciò che cerchiamo di risolvere. Mettendole per iscritto, lo studente le scaricherebbe dalla testa. Negli esperimenti di laboratorio, chi scriveva usava più parole d’ansia, e una volta considerata la quota di frasi di preoccupazione, il vantaggio della scrittura non era più significativo. Scrivere su un evento neutro non dava nulla. Questa prova si basa su conteggi di parole, quindi su correlazioni: suggerisce un meccanismo senza dimostrarlo.

Che cosa hanno trovato altre classi, e i limiti

Questi risultati provengono da campioni modesti, da venti a cinquantacinque persone, e gli esperimenti sul campo riguardavano una sola scuola e una sola materia. Nel 2021 Sarah Myers, Sara Davis e Jason Chan hanno testato la scrittura espressiva in un corso di psicologia all’università, durante quattro esami veri, alternando scrittura e un compito di controllo. Non ha ridotto l’ansia né migliorato i risultati. Una preoccupazione occupa la mente come un rumore di fondo, come descrive attenzione e concentrazione, e svuotarla non basta sempre a spegnerla. La questione, dunque, non è se il metodo funzioni ovunque, ma per chi, e a quali condizioni.

Sofiane non aveva bisogno che gli dicessero di calmarsi, aveva bisogno di tirare fuori ciò che gli girava in testa. Prende un foglio di brutta e scrive per qualche minuto: ho paura di bloccarmi, ho paura che si cancelli tutto, ho paura di deludere. Poi gira la sua verifica. Niente promette un voto migliore. Ma ciò che lo appesantiva ora è sulla carta, e non più nella sua testa.